E se il piano di Marchionne per la FIAT fosse una bufala?

Lo stritolamento di redditi e diritti dei lavoratori di Pomigliano d'Arco (in linea con quello che sta succedendo a tutto il lavoro dipendente in Italia), viene imposto in cambio di un piano di sviluppo industriale della FIAT che prevede nientepopodimeno che il raddoppio della produzione di auto in Italia entro il 2014.


Ma chi comprerà il quasi milione e mezzo di auto prodotte dalla FIAT (e le quasi 30 milioni di auto previste in Europa tra tutti i piani di rilancio di tutte le case automobilistiche), se si continuano a comprimere i redditi da lavoro?
E questa produzione ha un futuro di sostenibilità ambientale oltre che economica?

Sul Manifesto di oggi, Guido Viale espone un suo punto di vista: i soldi spesi dallo stato per tenere in piedi il settore dell'auto, stanno drogando il nostro sistema industriale in una sorta di accanimento terapeutico che, peraltro, serve a garantire posti di lavoro a condizioni sempre più "cinesi", lasciando affogare tantissimi altri settori produttivi, anche più innovativi e con maggiori capacità di "futuro", rispetto a quello dell'automobile.

Quindi il danno è triplo: finanziamo un settore che nella migliore dell'ipotesi continuerà a vivere solo se sostenuto dalla finanza pubblica, aggraviamo lo squilibrio del nostro sistema di trasporti continuando a spingere su una mobilità privata per la quale non c'è spazio e i cui danni sociali e ambientali continuano a non essere contabilizzati, usiamo il settore come testa di ponte per un ulteriore taglio ai diritti e ai redditi del lavoro dipendente (smantellando la contrattazione collettiva), creando così le condizioni per un ulteriore crollo di consumi, che per essere mantenuti a livello di decenza (sotto il ricatto della chiusura degli impianti) richiedereanno di nuovo interventi statali e incentivi.

Un cane che si morde la coda, un circolo vizioso che favorisce pochi, inguaia molti con l'illusione del rinvio della crisi finale, che puntualmente, prima o poi, presenterà il conto esattamente come quella dei mutui subprime che, non dimentichiamolo, ha alla sua radice l'impossibilità per i lavoratori americani di ripianare i debiti contratti (soprattutto per la casa) e per sostenere una crescita dei consumi a fronte di una riduzione dei redditi.
Ci sono alternative? Ce ne sarebbero molte, tutte richiedono che i soldi oggi spesi dal settore pubblico per mantenere un sistema industriale dell'auto legato al secolo scorso, comincino ad essere indirizzate verso la differenziazione del sistema produttivo, lo sviluppo di settori che ci consentano di mantenere più reddito in Italia (in primis tagliando i consumi energetici, prima voce di "sbilancio" della nostra bilancia commerciale con l'estero) e politiche fiscali che favoriscano i redditi da lavoro contro le rendite e le speculazioni finanziarie.

Il piano di Marchionne pone una data per la fine della crisi del settore e per il raggiungimento dell'assurdo numero di 1,5 milioni di auto prodotte solo in Italia: il 2014. Se quell'obiettivo verrà mancato o mostrerà la sua insostenibilità, e se a quell' obiettivo avremo sacrificato le nostre risorse pubbliche e ogni capacità di tutela dei diritti dei lavoratori e del loro reddito, come la FIAT vorrebbe per Pomigliano d'Arco, nel 2014 ci ritroveremo con pezze al culo ancora più grandi di quelle che non abbiamo oggi.



Nella battaglia necessaria per evitare il massacro del diritto del lavoro a Pomigliano d'Arco, sindacati, partiti e movimenti devono cominciare anche a porsi il problema della riconversione, se vogliamo un futuro.

Invece, da un lato abbiamo un PD che è già pronto a chinare la testa al "sistema" Marchionne (che è l'epigono dello stesso sitema "Agnelli" che ha asservito l'economia italiana per 50 anni), insieme con CISL e UIL.
La FIOM tiene il punto sulla questione di redditi e diritti, ma nessuno che si pone il problema di chiedersi, nel caso che il piano Marchionne si riveli la bufala che è per l'Italia, se esista un piano B.

Nel frattempo io cerco di far durare ancora un po' la mia vecchia auto, convertita a metano, che quest'anno fa 16 anni, e provo a riorientare la mia spesa il più possibile in modo critico sulle cose che contano veramente (e visto il livello di consumi della mia famgilia, siamo frncamente ben lontani da ogni visione pauperistica o di vita monastica, a volte basta veramente poco per scegliere il meglio, che non per forza è "di più")...

Riduciamo i consumi di beni materiali superflui, paghiamo il giusto prezzo per quelli equi e sostenibili che creino circuiti virtuosi di economie locali (e che possomo comprendere ancora tanti consumi voluttuari o immateriali in grado comunque di rendere piacevole la vita, più che l'acquisto di prodotti materiali spinto dalla creazione di bisogni indotti della campagne di marketing), redistribuiamo i redditi punendo le speculazioni finanziarie e premiando il lavoro, scopriamo (o riscopriamo) il valore di un benessere che non si può misurare con il PIL.
Mi pare l'unico programma credibile.

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