martedì 28 maggio 2013

Amministrative 2013, il caso di Imola potrebbe dirci qualcosa...



Fra i comuni andati al voto, forse giusto Imola, per dimensioni e appartenenza al modello “emiliano”, può dirci qualcosa di significativo anche per Carpi.
Il sindaco uscente perde l’8% di voti in percentuale, più di un terzo dei suoi voti in termini assoluti (da 27mila a 16mila) ma  passa al primo turno (una rarità fra i comuni sopra i 15mila abitanti in questa  tornata elettorale).
Di sicuro non si può dire che i cittadini imolesi siano rimasti soddisfatti, ma evidentemente, nonostante l'abbondanza di candidati non sono stati in grado di vedere alternative sufficientemente decenti per andare a votare.

PDL e Lega, divisi, mettono insieme si e no 2500 voti, un 10% circa rispetto al 9500 e al 21% di cinque anni fa (quando erano coalizzati).

Il M5S passa dal 26 e rotti delle politiche, con 11.405 voti, ai 6000 delle comunali (18,4%). In proporzione perde ben di più della coalizione di centrosinistra. 
Il paragone rispetto alle regionali del 2010 certo è positivo, ma perdere il 40% dei voti in tre mesi non è cosa che si possa archiviare con leggerezza.

SEL, Verdi e Rifondazione ottengono il loro solito risultato: consentire al PD di governare con i loro voti, in cambio di un consenso elettorale che non gli basta neanche per eleggere un consigliere comunale (salvo regali da premio di maggioranza, e comunque non saranno voti decisivi per tenere in piedi una maggioranza dove il PD da solo ha 15 consiglieri su 24).
Sebbene il PD di Imola, in passato, abbia dato qualche segnale di sinistra migliore del PD nostrano (ricordo odg sull’acqua e sul testamento biologico che qua da noi non passarono, nonostante presentati con il medesimo testo), mi pare che non siano sufficiente a giustificare l’ennesimo episodio di masochismo dei resti della sinistra-sinistra emiliana (a parte per un paio di assessori in comune, per i quali la cosa sarà tutt’altro che masochistica).
A questi si aggiunge poi un’altra lista civica di sinistra non meglio identificata, candidatasi contro l’attuale sindaco,  che nonostante raccolga il 6,45% non arriverà a sedere in consiglio comunale (grazie alla legge del governo Monti che ammazza la rappresentanza nei comuni, come se fossero i consiglieri che “guadagnano” 1000€ l’anno (l’anno!) il problema del costo della politica).

Riassumendo, anche dove il M5S riesce a limitare i danni rispetto all’andamento nazionale,  il problema non è sul conto delle percentuali, ma se quelle percentuali  sono utili per cambiamenti reali.
Quattro bravi consiglieri di opposizione sono senz’altro meglio di uno, se lavorano per costruire alternative credibili (e magari se le forze di sinistra la piantassero di fare i portatori di acqua con le orecchie al PD, a livello locale si potrebbero vedere cose interessanti).
Certo, servirebbe uno sforzo di apertura e confronto vero con chi ha voglia di partecipare, a prescindere dai simboli, roba che si è vista solo per la campagna referendaria del 2010 (ma almeno lì si vinse…).
Con il sistema politico e istituzionale che abbiamo in Italia, in alcuni casi un consenso del 20% (o anche del 10%) può essere determinante come motore di cambiamento (anche dall’opposizione o in un secondo turno affrontato nel modo giusto), ma se te lo giochi male,  puoi anche avere il 30 e contare come l’uno (e dopo a ricostruire ci vuole almeno un lustro).