lunedì 20 maggio 2013

Il movimento ideale (1)



 La puntata di ieri di Report, dedicata ancora una volta a come i partiti si finanziano, nel caso qualcuno se ne fosse dimenticato mentre si fa finta di discutere di temi reali nei talk show in tv, fornisce un buon pretesto per parlare di come i partiti/movimenti che si presentano alle competizioni elettorali dovrebbero essere (a mio insindacabile giudizio, ovviamente).

La parte della trasmissione dedicata ai partiti tradizionali, non aggiunge molto di nuovo a quanto già si sapeva (ma quanto bene fa, ogni tanto riparlarne in prima serata TV).
Sul ruolo delle fondazioni “politiche”, mesi fa aveva già fatto un’ottima inchiesta anche la rivista Altreconomia (certo non tacciabile di appartenere al sistema della “antipolitica”), che è ancora disponibile in rete qui.
L’inchiesta di Report ne costituisce sostanzialmente una conferma:  tutte le principali formazioni politiche (e tutti i maggiori esponenti all’interno di esse), pur in presenza di un sistema di finanziamento pubblico ai partiti multimilionario, hanno creato fondazioni e think thank che consentono a chi deve fare attività di lobby di farlo in modo ben riservato, e costituiscono sostanzialmente sedi in cui è possibile, per una classe dirigente politica che ha fatto della mancanza di trasparenza il suo principale strumento di affermazione del potere, aggirare anche quel minimo di, se non democrazia, pubblicità, che impone o imporrebbe il far parte di organizzazioni democratiche (cosa che per il centrodestra italiano non è mai stato un problema, lo dovrebbe essere  per il centrosinistra, ma appunto da fenomeni come questo si deduce che nella pratica non lo è).

La novità  dell’inchiesta trasmessa lunedì sera riguarda il M5S, che buttatosi nell’agone della competizione elettorale, piaccia o non piaccia, può ora essere anche lui misurato per la distanza fra quello che si dice e quello che si fa (o per quello che fa senza dire), unico metro logico di giudizio, quando si tratta di valutare una forza politica, come cittadino/elettore  o come “partecipante” se si vuole decidere di spendere un po’ del proprio tempo  nella partecipazione attiva in politica.

Dal mio punto di vista, quello che viene “addebitato” al M5S nel  servizio di Report è indiscutibilmente vero:

-          Le scelte fondamentali su come selezionare i candidati sono state decise e comunicate in brevissimo tempo, senza alcuna discussione e condivisione delle regole (e in realtà c’erano stati almeno tre anni di tempo dalla sua nascita per arrivare a questo)
-          Dalla carta di Firenze in poi non c’è stata alcuna reale discussione programmatica all’interno del movimento e nessuno strumento per selezionare i punti che fanno parte del programma.
-          Costi e ricavi dell’house organ ufficiale del movimento (il blog di Beppe grillo) sono assolutamente oscuri.

Preoccupiamoci prima delle cose facili. Il terzo punto.
L’opacità dell’operazione politica di Grillo-Casaleggio in termini di costi ricavi è evidente e secondo me costituisce un problema  per chi entra in politica predicando la trasparenza.
Sulla rilevanza di questo problema si potrebbe discutere a lungo.
Onestamente, quanto mai potrà costare un sito?
Mettiamoci un po’ di lavoro redazionale, qualche ghost writer non meglio identificato, qualche collaborazione pubblica ed ufficiale ai suoi esordi, video, ecc., ma alla fine della fiera, quanto vogliamo fare? Un milione di euro all’anno per gestire un blog mi pare già una  cifra spropositata, pure se è uno fra i dieci blog più letti al mondo.
Se poi l’operazione è finalizzata alla vendita di spazi pubblicitari e dei prodotti multimediali di Grillo stesso, tanto meglio per loro, ma stiamo comunque parlando di un’iniziativa che non incide sulle casse pubbliche e non impone contenuti in modo surrettizio in media che dovrebbero essere pubblici o ritenuti indipendenti (uno il blog di Grillo se lo va a cercare e dubito che pensi di star leggendo qualcosa di neutra e oggettiva informazione super partes )
Insomma, l’incoerenza rispetto alla trasparenza dell’operazione c’è tutta, si risolverebbe con ben poco (ovvero con la netta separazione tra ciò che è Movimento e ciò che è Casaleggio e Associati, o almeno pubblicando il conto economico del blog), ma operazione privata era e operazione privata resta.

L’uso di miliardi di euro pubblici negli ultimi trent’anni per un sistema informativo “dopato” e per il finanziamento a organizzazioni politiche (per non parlare appunto dell’allegra fauna di fondazioni e think thank, altrettanto oscuri rispetto ai propri bilanci rispetto al  blog di Grillo, ma tollerate ormai da un paio di decenni), in presenza di un referendum  approvato dal popolo italiano mi pare cosa ben più grave (il chè non giustifica le contraddizioni interne del M5S; semplicemente, cerchiamo di renderci conto delle dimensioni  degli uni e degli altri).

I primi due punti invece restano, per quanto mi riguarda,  il problema dei problemi.
Il M5S nasce, nei proclami pubblici di Grillo, ai quali io decisi di dare fiducia nel 2010, come movimento antileaderistico.
Il suo ruolo di “megafono”  e ”catalizzatore”, doveva limitarsi a “risvegliare” le coscienze, mobilitare le energie e fornire, attraverso la sua visibilità, la forza necessaria e sufficiente ad avviare il cambiamento.
E’ evidente che con la sua presenza, il M5S qualche cambiamento lo ha innestato, ma che questi siano coerenti con le sue premesse, è tutto un altro paio di maniche.
Si tratta comunque di un giudizio che avrà bisogno di tempo, per essere intellettualmente onesto, molte delle potenzialità della presenza del M5S in Parlamento non si sono ancora dispiegate, e a me pare abbastanza logico:  quando si sceglie una “rivoluzione” per via Parlamentare (cosa che potrebbe suonare cone un ossimoro), i tempi inevitabilmente si allungano. Il punto è che i primi segnali che arrivano dai gruppi parlamentari M5S sono decisamente altalenanti, ma diamogli tempo…

Per quanto riguarda l’organizzazione interna, decisioni grandi e piccole sfuggono alla logica di confronto e partecipazione (come si diceva, dalla questioni programmatiche ai meccanismi di gestione delle primarie, fino alla scelta degli strumenti di partecipazione in rete).
Notevole libertà e autorganizzazione a livello locale (fin che le cose vanno bene), zero a livello nazionale (e basterebbe la barzelletta degli incarichi nello staff di comunicazione dei gruppi parlamentari, per capire quanto la presenza di Grillo-Casaleggio sia ridicolmente invasiva e anche umiliante dell’autonomia di persone elette da qualche milione di cittadini).
La cosa è innegabile e si può risolvere o solo con un atto di fiducia rispetto al capo (o ai capi) del movimento (ovvero negando in premessa una di quelle che dovevano essere le radici di questa innovazione, l’antileaderismo, con un grave colpo alla credibilità di tutta l’operazione)  oppure si può pensare che per quanto i capi “ci provino”, presto o tardi una macchina delle dimensioni (inaspettate) del M5S, sfugga da meccanismi stringenti di controllo e arrivi a camminare con gambe proprie (possibilmente in tempi utili prima del collasso totale del nostro sistema politico).

E allora, a questo punto, proviamo almeno a chiarirci quali dovrebbero essere le caratteristiche del “Movimento” (o partito, per quanto mi riguarda è una disputa puramente nominalistica, nel momento che un’organizzazione politica si presenta ad una competizione elettorale, in un sistema di democrazia rappresentativa): i contenuti e l’organizzazione.

Ma per questo serve un’altra trasferta in treno, nei prossimi giorni…