sabato 1 giugno 2013

Karl Polany (a ” tradimento” sul Manifesto, e i bei tempi della Fondazione San Carlo)



Sono ormai un lettore molto sporadico del Manifesto, ma ogni tanto mi piace ricomprarlo in edicola, in parte per questioni “affettive” (sono un vetero romantico), in parte perché per molti anni, mi ha offerto spunti e punti di vista che ho sempre ritenuto stimolanti.

Oggi, comprarlo significava superare un titolone di prima pagina veramente indisponente sulla questione finanziamento ai partiti, con un editoriale di Andrea Fabizzi, che non conosco, ma che mi pare veramente povero di oggettività rispetto all’efficacia del finanziamento pubblico ai partiti nel tenere lontane le lobbies dalla politica. In effetti io cercavo un articolo di Tonino Perna, che in realtà scopro essere uscito ieri (e questa la dice lunga sul mio livello di “suoneria”), ma alla fine, sorpresa delle sorprese, ti ritrovo una recensione di una raccolta di saggi appena pubblicata per Il Saggiatore, di Karl Polany (buonanima).

Ora, ai più questo nome non dirà nulla, a me invece mi fionda ad un periodo di intense letture all’epoca della redazione della mia tesi di laurea che si incrociavano con il lavoro di recensioni pubblicate per i notiziari della Fondazione San Carlo di Modena (una pacchia, 50 sacchi a libro!).
Molti dei miei più qualificati lettori di allora, mi hanno sempre ricordato che scrivevo recensioni di cose che si e no avevo capito a metà (probabile, vista la povertà della mia formazione filosofica) ma almeno ho avuto il modo di leggere di Mauss , Caillè e il primo Latouche (un po’ più rigoroso di quello di oggi), cioè degli inizi di quel movimento antiutilitarista nelle scienze sociali, che da Polany si era abbeverato parecchio.

Come a dire: Polany l’ho studiato per interposta persona, ma quel po’ che ne avevo appreso, per me è sempre stato affascinante.
In soldoni, una linea di pensiero per riportare l’economia al servizio dell’uomo e non viceversa, come invece avviene sia nelle versione individuale dell’homo oeconumicus liberista che di quello collettivo marxista  (e soprattutto in alcune sue banalizzazioni).
Cito dalla recensione di Adelino Zanini (per i miei gusti un filino troppo accademica e decisamente non un invito alla lettura, ma vabbè): “L’homo oeconomicus è perciò un’astrazione (neoclassica) e la sua trasformazione in un uomo “reale” è frutto del riduzionismo economico (neoclassico), la cui tenuta scientifica è garantita in quanto sia garantito il determinismo e, ancor prima, una sorta di individualizzazione che fa dei rapporti sociali delle relazioni naturali”.

In altre (prosaiche) parole, che gli uomini agiscano sul mercato spinti solo da razionalità utilitaria e perché “lo vuole il mercato” (o che i raportii diforza economici siano se non l'unica, la principale molla di regolazione sociale, per dirla in versione marxista), è un modo privo di senso d interpretare le cose (o meglio molto sensato per  il sistema istituzionale che da quelle impostazioni ne trae i propri vantaggi) e regolare le istituzioni politiche sulla dimensione economica puzza sempre di fregatura, sia in versione collettiva che individualista: “il mercato conta, ma non è l’unico elemento che conta”.

Ragionate di questo tipo secondo me avrebbero dovuto essere il passaggio naturale di una politica post comunista, invece, politicamente parlando, di teoria politica e sociale, nel post comunismo ne è stata fatta ben poca, si è semplicemente sposato il complesso delle teorie liberiste e “mercato” è diventato il termine più usato anche nel centrosinistra italiano per giustificare le peggio nefandezze della nostra politica e la sua sostanziale deriva, scambiando la competizione fra leader in competizione fra idee veramente alternative rispetto alla riduzione liberista che Polany descrive.

Il tutto per dire che se non altro oggi Il Manifesto mi ha regalato una botta di ricordi, fra i quali quello relativo a  qualche debito con un paio di soggetti fuori e dentro la Fondazione San Carlo (pure quando uno dei due mi stroncava le recensioni).
E forse mi toccherà anche aggiungere “Per un nuovo Occidente” di Polany alla pila di libri in attesa di lettura sul comodino, smodatamente alta e pericolante (che adesso che non mi pagano per leggerli son diventato più pigro…)