mercoledì 26 giugno 2013

Ragusa, Messina, Roma: Movimenti…


Si direbbe la stagione elettorale si sia definitivamente chiusa con l’esito delle amministrative siciliane.
Risultati, che a mio modo di vedere, non spostano di molto le considerazioni fatte qualche settimana fa, ma che forniscono alcuni episodi sui quali riflettere (e per una volta, potrebbero anche lasciar sperare).

A Ragusa e Messina, il PD perde nel peggiore dei modi,
In una delle terre più difficili insieme con Campania e Calabria, per gli intrecci politico-mafiosi e per una gestione dei poteri locali per i quali la parola “clientelare” è considerata un complimento, il PD, quello che a febbraio chiedeva di essere votato per “il cambiamento”, svela il suo volto più colluso e conservatore, quello dei patti con i poteri forti e consolidati, cresciuti all’ombra di pluriennali alleanze con questo o quel potentato, all’ombra della giunta Lombardo, diversa da quella di Cuffaro solo in termini di rivalità personali e centri di interesse da soddisfare.

Per dirla con Bersani, non c’è niente da fare, che sia nelle sue componenti di “destra” o “sinistra”, la classe dirigente del PD in alcune regioni “e quest’acqua qui”.
Troppo facile la comica della “pulizia” delle liste delle primarie di gennaio dai personaggi discutibili, come Crisafulli in Sicilia, se poi scopri che quel modello di gestione ha pervaso il partito per decenni, nei suoi massimi livelli regionali.

A Ragusa il dissenso tra classe dirigente e “base” ha portato ad una certa notorietà il caso di  Valentina Spata, la “Giovane Democratica”, fondatrice del PD ragusano, “decaduta d’ufficio” per aver detto che il candidato del M5S era più decente di quello di un PD alleato con cuffariani e fritti misti di PDL.
A Messina, la lunga lotta per la legalità e contro quella che avrebbe potuto essere la madre di tutte le tangenti per una generazione di siciliani, calabresi e italiani tutti (affiancata ad uno scempio ambientale senza pari) ovvero il famigerato ponte di Messina, ha infine premiato un candidato sindaco sostenuto da partiti ma soprattutto da un sano civismo di sinistra.
Anche qui il PD, in questo caso inspiegabilmente alleato con SEL (o molto spiegabilmente, per i maligni), oltre che con la rottamaglia politco-mafiosa di cui sopra, perde dopo aver portato il suo candidato ad un soffio dalla vittoria al primo turno.

Io che sono un inguaribile ottimista, continuo a pensare che ci sia una “base” del partitone che non si merita questa classe dirigente (anche se il dialogo in rete con alcuni pasdaran del PD carpigiano a volte mi farebbe indurre il contrario: un po’ se la meritano, ‘sta classe dirigente), ma questi casi mi confermano nella tesi che mi ha portato dal 94 ad allontanarmi dal partitone: il partitone, da dentro, non si riforma.
Solo la perdita (in qualche caso traumatica) del potere, può consentire alle parti migliori della sua base di esprimere un minimo di coerenza fra valori dichiarati e pratica politica.
Se c’è un barlume di speranza che l’ex principale partito della sinistra italiana, oggi sostanzialmente un collage di potentati più o meno dorotei, torni a fare il suo mestiere, è che la sua classe dirigente tutta (anche quella dei rampanti giovani di vecchissima carriera politica), venga sbalzata di sella.
Questo può avvenire solo grazie ad uno (o più, come nel caso di Messina) grimaldelli esterni.

Unica eccezione: il centrosinistra, funziona, almeno elettoralmente, quando si tratta di scalzare, in modo realmente alternativo, il putridume di centrodestra, come nel caso di Roma (ma anche in quel caso, per usare le parole non mie, ma di un’altra “vincitrice” del PD come la Serracchiani in Friuli, lì si vince “nonostante” il PD, tanto per intenderci…).

E veniamo al principale  “grimaldello”: della pessima gestione postelettorale del M5S direi di aver scritto a sufficienza, ma è innegabile che il M5S funziona dove la sinistra manca il suo compito di rinnovamento o è incapace di dare un minimo di credibilità alla sua azione, ma aldilà dei risultati elettorali, quello che è innegabile è che nei territori , qualcosa si comincia a imparare e ancora una volta il M5S si trova davanti a un bivio: se resta la “creatura” di Grillo, con ogni probabilità morirà in culla.
Se invece le migliaia di cittadini riportati o portati per la prima volta alla partecipazione attiva capiranno che non serve per forza avere un capo, per cominciare un percorso di democrazia, forse c’è speranza.

A Ragusa, il M5S ha sostanzialmente accettato l’appoggio di due liste cche in realtà erano l’espressione di un civismo dichiaratamente di sinistra (o per meglio dire, dietro il simbolo civico, erano evidenti gli appoggi di SEL e Rifondazione). 
A Messina, del M5S non c’è stato bisogno, nel momento in cui c’era già sul campo una storia di partecipazione che ha infine trovato le sue forme per rappresentarsi politicamente (e al secondo turno, sono sicuro che molti elettori del M5S siano andati a votare convinti per Accorinti (e forse qualcuno si è anche morso le mani di non avere trovato una forma per combattere insieme a lui anche al primo turno).
A Roma, i consiglieri 5 Stelle chiamano i cittadini a decidere sulla proposta di Marino per l’indicazione di un assesosre in giunta.
In questo caso la scomunica dal blog di Grillo, appare quantomeno patetica o ridicola, dal momento che è proprio su chi decide su cosa e quando votare, che si fonda la democrazia di un movimento, e non sulle votazioni abborracciate di parlamentarie, quirinarie, ed espulsioni, le cui regole, ordini del giorno e tempistiche, sono tutte nella disponibilità di un soggetto solo (o due).
E infatti mi auguro che i romani proseguano per la loro strada, e che decidano o meno se collaborare o no con la giunta Marino, l’importante è che lo decidano loro con i loro elettori.

Essere in grado di generare una “creatura” come il M5S, non significa per forza essere in grado di guidarla (anzi in teoria, il M5S doveva nascere proprio per liberare i cittadini dalla necessità di una “guida”), prima se ne prende atto e prima il “grimaldello” M5S potrà svolgere appieno e positivamente il suo lavoro, obbligando istituzioni e partiti a rinnovarsi non solo nelle facce, ma anche nei modi e nei contenuti (o a soccombere definitivamente).
Se invece la presenza del “padre” dovesse continuare ad avere l’imbarazzante andazzo che si è visto in questi mesi, resta sempre la speranza che chi ha assaggiato il gusto della partecipazione civile, non debba aspettare il prossimo “vate “ per continuare ad essere motore del cambiamento e trovi le sue forme e modi, come in alcune realtà locali è successo.

E con questa me ne vado in vacanza, ci si rivede dopo il 15 di luglio (forse...)