martedì 16 luglio 2013

Polany (sotto l'ombrellone)




Leggere la raccolta di saggi "Per un nuovo Occidente" sotto l’ombrellone  sicuramente non è stata la condizione ideale, ma come si diceva prima, la scelta di leggere è stata più dettata da "romantiche" coincidenze che non da pretese “scientifiche”.
Senza esserne un cultore (giusto perché non ho il fisico per essere cultore di nulla), a Polany ci sono affezionato per i motivi di cui sopra, ma banalità personali a parte, bisogna anche dire che la scrittura e le argomentazioni  di Polany  hanno comunque il pregio di una notevole chiarezza e semplicità divulgativa, nonostante affrontino temi complessi , senza perdere di rigore dal punto di vista delle scienze sociali. 
In altre parole, un ragionamento di sostanza e di buon senso lo si può esprimere anche senza rifugiarsi in sbrodolate accademiche e scientismi inutili.

Per la natura dei saggi raccolti (non solo articoli, ma anche testi di conferenze e lezioni), il volume cade spesso in ripetizioni, ma ha il pregio di restituire un’immagine chiara di un’evoluzione delle teorie di Polany e delle sue convinzioni politiche e morali, prima che “scientifiche”.
La cosa stupefacente sono in effetti i molti parallelismi con la “Grande Trasformazione” che dava il titolo alla sua principale opera  pubblicata nei primi anni quaranta e alcuni fenomeni legati alla “nostra” globalizzazione.

Proprio questo ritengo sia il pregio maggiore dell’opera di Polany:  l’attualità di ragionamenti scritti tra gli anni venti e cinquanta del secolo scorso, in grado di darti punti di vista e chiavi di lettura della realtà sociale anche a decenni di distanza.

Sul versante strettamente politico, il suo “socialismo liberale” non è l’annacquamento (se non il totale abbandono) delle istanze sociali a favore dell’economia di mercato, che ha caratterizzato la deriva politica dei principali partiti di sinistra europei (volendo salvare un dignità politica a questo “annacquamento” , che in realtà, a mio parere  è stata più semplicemente un allegro volersi spartire il bottino del potere in una società capitalistica da parte delle classi dirigenti di quei partiti).

Tutt’altro, “l’utopia” di Polany,  è il tentativo di rendere “effettive” le nostre democrazie ricordando che “capitalismo” e “democrazia” restano termini in conflitto (datemi un politico dei vecchi partiti socialisti o socialdemocratici europei, che abbia ancora il coraggio di dirlo, di questi tempi)  e che, se l’obiettivo sono la giustizia e la coesione sociale che ne deriva e l’esercizio dei diritti fondamentali per tutti, l’uscita non sta nel  collettivismo o nel capitalismo di Stato 
Semplice dal punto di vista politico (nella mia volgare riduzione), molto interessante nella sua costruzione sociologica e antropologica della storia delle economie delle società precapitalistiche e della nascita dei vari modelli di democrazia liberale.

Le democrazie nate dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, avevano avviato un percorso non lontano da quello previsto da Polany.
Quello che non ha fatto in tempo a vedere (beato lui) è stata la resa della “sinistra” europea alla logica di mercato , da “regolata” diventata “regolatrice” delle istituzioni politiche, a mio parere costituisce  la principale colpa delle nostre classi dirigenti e al tempo stesso la principale battaglia politica e culturale da riprendere in mano:  riportare l’economia al suo ruolo di strumento al servizio dell’uomo e non viceversa, eliminando molti degli assunti che la vogliono la sua “libertà” e le sue “istituzioni” come una condizione “naturale”. 

Ma non fatevi traviare dalla mia semplificazione, in Polany  c’è molto Marx, ma come punto di partenza di un ragionamento molto diverso da quello delle principali dottrine marxiste e soprattutto basato una concezione antropologica del tutto differente di quale sia stato il ruolo dell’economia e della razionalità economica, nel determinare gli sviluppi delle istituzioni prima e dopo l'avento del capitalismo. 
Perchè arrovelarsi su questi temi? Per mia deformazione mentale, credo che se si decide di partecipare alla vita politica, lo si debba fare perchè si ha un'idea di giustizia e un'idea d società. Perchè queste si formino, non si può, ogni tanto, non affrontare un minimo di filosofia politca, economia e antropologia. 
Le domande sono sempre quelle: se siamo "obbligati" ad organizzarci in società, su quali basi lo abbiamo fatto e lo facciamo? Quale idea di giustizia dobbiamo perseguire nel farlo?
E se si crede di trovare delle risposte, bisogna sempre rimetterle in dubbio, alla prova dei fatti e alla condivisione e al confronto con quelle altrui.
E' un tipo di esercizio che non può finire mai e che, sempre secondo me, richiede un minimo di confronto e di studio con chi le stesse domande se le è poste prima di noi (con più profondità, preparazione e talento) e in questo senso, Polany, secondo me, aiuta.
Vale la pena farci sopra un pensierino, anche sotto l’ombrellone.