venerdì 8 novembre 2013

Le regole del partitone

Agli onori delle cronache gli scandali sul tesseramento PD e (l'ennesimo) cambio di regole in corsa di quella che dovrebbe essere una competizione "democratica", con lo stop al tesseramento dopo che i buoi sono largamente scappati (e ovviamente senza che ci siano assunzioni di responsabilità o conseguenze per chi ha gestito lo sconcio mercato).

Davanti alla più palese delle manifestazioni della "democristianizzazione" del partitone (non so se sono anche arrivati a tesserare defunti, come ai tempi di Gava e compagnia,  ma nel caso, la cosa non stupirebbe) verrebbe troppo bene un "io l'avevo detto" (e ripetuto), dal '94 a venire ad oggi, che un conto sono le parvenze democratiche che un grande partito di massa si può dare, un conto è come queste regole democratiche si esercitano e quale sia la loro reale effettività sulle decisioni finali di un gruppo dirigente, ma parrebbe un ingiusto infierire.
(Però l'avevo detto!)

Sarcasmo a parte, saltabeccando anche solo per questo blog, che data dal 2009 più o meno, quindi un quindici anni buoni dalla mia "dipartita dal partito" (al quale in realtà rimarrò iscritto fino al '98, per senso di appartenenza e "incredulità" nel fatto che avesse imboccato una strada involutiva senza ritorno così supinamente), credo che ritroverete spesso un concetto che è stato alla base delle mie dimissioni da "politichino" locale del '94: nel partitone il dissenso è ammesso (e pure apprezzato) nella misura in cui è ininfluente (sorry per gli amici civatiani che ancora credono di contare più del due di coppe) e cosa molto più importante, le decisioni "vere" non si prendono nelle assemblee delle sezioni.
Fine.

In altri termini, c'è una classe dirigente di quel partito, che attraversa tutte le sue metamorfosi di facciata, ma che, anche quando pare rinnovata nelle sue "incarnazioni", in realtà non sta innovando un bel fico secco, semplicemente gestisce la sua fetta di potere, risponde a determinati interessi non sempre limpidi e si fa forte di una partecipazione di massa che è solo possibilità di scelta fra leader (e anche quella basta che non esca troppo dal seminato), quindi in sostanza una competizione fra notabilati, condita anche da una notevole regressione nella preparazione della sua classe dirigente.

Come a dire che rispetto ai temi per i quali decisi di dimettermi dalla segreteria comunale del PDS nel 94, alla fine della campagna elettorale della "gioiosa macchina da guerra", a mio modesto parere il partitone è di molto peggiorato (e non solo a mio modesto parere, visto il crollo decennale dei tesserati e dei votanti).

Dato che continuo a pensare che però non ci sia alternativa alla partecipazione nella vita politica di un paese, ho avuto modo di sperimentare negli anni tre o quattro "strade" alternative al partitone e devo riconoscere che, non sempre per gli stessi motivi, ho riprovato la stessa delusione provata al momento di uscire dal partitone.

In realtà non la stessa. Diciamo pure che l'ho provata "in sedicesimo" perchè è innegabile che il partitone rappresentava, per chi lo aveva conosciuto ancora nella sua forma primigenia, ben di più che un semplice strumento di "partecipazione" alla vita democratica.
Era appartenenza ad un apparato valoriale, ad una visione sociale, nonchè un'esperienza concreta del "fare insieme", elementi che si possono riassumere in un sentimento di appartenenza ad una comunità politica, che era al tempo stesso rassicurante ed esaltante, quindi quel distacco "là" mi è costato molto più, umanamente, di tutti quelli successivi, non fosse altro per la rete di amicizie e affetti che all'interno di un'esperienza del genere si potevano formare e che difficilmente possono sopravvivere quando si diventa avversari politici, ma tant'è.

Qualcosa ho comunque imparato anche da tutte le esperienze successive e per rimanere alla "forma partito", alcune delle proposte più interessanti su statuto e ruolo dei tesserati, le avevo viste fra i Verdi (ahimè, anche lì rimarranno solo al livello di proposte di una base "bella" e fortemente motivata, sostanzialmente inascoltata da una classe dirigente fra le peggiori del mondo, se si valuta l'evoluzione del partito dei Verdi in Italia rispetto a quelli di altri paesi).

Ad esempio: essendo il partito dei Verdi molto piccolo e quindi facilmente "scalabile" in termini di tessere, aveva una norma statutaria già di partenza non malvagia, che prevedeva ad ogni anno la chiusura del tesseramento a giugno (per scongiurare appunto le corse al tesseramento dell'ultimo minuto) e ricordo che nelle mailing list di "baseverde", come misura di "ecologia politica" non mancavano quelli che proponevano che un iscritto non si potesse candidare ad un ruolo amministrativo nel primo anno di adesione al movimento (più o meno, vado a memoria) e altre forme per limitare il professionismo politico.
Non bastò certo a salvarci dalla gestione fallimentare dei  Pecoraro Scanio (di cui i Verdi carpigiani furono i giusti epigoni) ma regole di questo tipo in un partito serio, sarebbero un notevole passo avanti, per far capire che partecipare non è presentarsi solo ad un voto ogni due o tre anni, che si tratti di organi dirigenti o di elezioni vere e proprie (perchè allora non non staremmo parlando di partiti, ma di comitati elettorali).

Certo questo significa fare un partito di "militanti", anzichè un partito dei grandi numeri alla vigilia dei congressi o delle elezioni, ma francamente, dovessi credere ancora nella forma partito più o meno tradizionale, preferirei un partito che scommettesse sulla crescita di una comunità di persone che (nei loro limiti), partecipa, che non in quello fatto appunto da una sorta di "fantasmi" che si materializzano solo al momento della scelta di un leader.

A meno di non fantasticare, come fa Castagnetti in un articolo pubblicato sul giornale fantasma "Europa" e riportato nel blog del nostro presidente del consiglio comunale, di un modello politico che ritorna al tempo dei "wighs e dei tories", ovvero ad una concezione politica che riduce il conflitto alle sfumature (quasi indistinguibili) di visioni di società, che restano saldamente ancorate e dominate dal ruolo del mercato e nelle quali la partecipazione sia "naturalmente" ridotta e riservata a ceti abbienti o a chi dal sistema politico ne deve trarre vantaggi diretti.
Ecco, diciamo che se il PD è nato per dare forma alla visione di "fine delle ideologie" (che in realtà vuol semplicemente dire che resta un pensiero unico dominante, su tutto e tutti) di Castagnetti, allora il pericolo per chi non fa parte dei ceti garantiti da questo sistema economico (che include anche le future generazioni, visto il suo livello di insostenibilità ambientale), è molto,  molto, molto più alto di quello rappresentato del semplice, squallido spettacolo di un pacchetto di tessere in bianco, spacciate per "democrazia".