mercoledì 13 maggio 2015

Dove sono finiti i "gattini"di Civati?

Passato qualche giorno dall’uscita di Civati dal PD, seguita oggi anche dall’europalramentare Elly Schlen viene da chiedersi dove siano oggi tutti i loro agguerriti sostenitori a livello locale, che imperversavano sui social durante le primarie e poi in campagna elettorale (fino al lancio di quei "Gattini per Civati", su facebook,  che ora è diventatato un allegro sfottò/ tormentone sulle bacheche di politici invisi quali Salvini e Grillo), .

L’impressione infatti è che Civati esca, ma i “gattini civatiani” invece restino (in silenzio) nel partitone, almeno quelli che hanno un qualche ruolo di rappresentanza nelle amministrazioni locali (l'equivalente della ciotola di latte e gomitolo di lana con cui giocare).

Intendiamoci, capisco che l’appartenenza in questo caso giochi un ruolo fondamentale e che in fondo, la situazione del partitone a livello locale sia meno sordida di quanto succede a livello nazionale o in altre regioni, ma se le parole hanno un senso, se i programmi politici hanno un senso, forse chi mesi fa invitava a fare le lotte “dentro” il partito o invitava a votare una candidata alle europee perche “civatiana”, prima che (e forse nonostante che) piddina, forse una parola al pubblico dei propri elettori la potrebbe anche dire.

Vero è che in realtà, se ormai l’aria si era fatta irrespirabile per i leader di minoranze interne al partitone a livello nazionale, al punto che in fondo sanno benissimo che hanno pochissimo da perdere in termini di carriera politica, casomai ne fossero interessati, essendosi già largamente bruciati ogni possibilità (il partito di Renzi non li chiama manco alle feste dell’Unità, figuriamoci se riconsegnerà loro qualche seggio nel parlamento nominato dall’italiacum), a livello locale le cose cambiano
Qui in Emilia il vecchio partitone per tradizione coltiva e conserva fette di dissenso interno, avendo comunque abbondanza di posti garantiti da un consenso ancora elevatissimo (in termini percentuali, molto meno in termini assoluti)  in assemblee elettive, giunte e posti di sottogoverno vari.

L’assessore o il consigliere di rito “difforme” dalla maggioranza, fin dai tempi del PDS,  è garantito e tutelato, nel nome di una tradizione antica che vuole che tutto sia compreso nel partitone, incluso il dissenso, nulla sia ammesso fuori (tanto poi le decisioni concrete le prende comunque un nucleo dirigente sempre più ristretto e sempre più personalizzato sui vertici delle amministrazioni), quindi il “gattino” civatiano, se sta chieto, se manifesta il proprio dissenso solo all’interno delle sezioni (che tanto nessuno ascolta), ma poi nella sua attività di amministratore, si adegua (anche entusiasticamente) all’andazzo della maggioranza, non solo non corre rischi, ma anzi, gode di una sorta di intoccabilità garantita da queste parti proprio ai rappresentanti delle minoranze.

Tanto che vien da pensare che certi “endorsement” entusiastici in fase di primarie o elettorali, siano più legati ad un calcolo di questo tipo, piuttosto che ad intima convinzione (se uno si sceglie sempre il leader di minoranza, passando da Franceschini a Civati, il sospetto viene).
Il problema non è la “praticabilità” di Civati o dei civatiani dentro il partito, ma la praticabilità di quelle che sono le loro istanze, tendenzialmente più ambientaliste e “partecipative” del modello renziano (ma anche bersaniano).
Nelle discussioni politiche con amici elettori del PD, l’argomento maestro  era appunto: “Sì, il partito ha molti difetti e ha fatto molti errori, però con Civati…” intendendo così dire che c’era la possibilità di sostenere posizioni ideali e programmatiche di reale cambiamento.
La mia personale esperienza (anticipato vent’anni fa dalla mia esperienza personale quando uscii dal partitone), è appunto che il posto peri Civati, se vogliono restare nel partito ed accontentarsi allo sventolio di istanze bandiera sul lavoro, come sull’ambiente o la legalità, mentre il partito si muove in direzione nettamente opposta e il rischio è di essere  utili idioti, per "allamare" quel pezzettino di elettorato che evidentemente vorrebbe una sinistra sì di governo, ma in grado di indicare un’idea diversa di relazioni sociali ed economiche da quella del mainstream bipartisan che caratterizza l’Europa degli ultimi venticinque anni, dove Labour e Conservatori, SPD e CDU, centrodestra e centrosinistra italiani, sono ormai un maga indistinto di asservimento al modello di mercato attuale, in modo sempre più indistinto.

Alla lunga, per un minimo di coerenza e dignità personale Civati prima, Elly Schlein subito dopo, l’hanno capita, per chi ha fatto le loro stesse scelte vent’anni fa, è facile capire il peso del taglio di un’appartenenza fondante come quella che univa al partitone.

Ma mentre loro operano, recuperando un po’ di dignità, questo doloroso taglio, tutti i loro “gattini” a livello locale, invece, preferiscono continuare a marciare compatti nel partitone (in fila per tre con il resto di due, massima negazione della natura felina), senza mai sollevare un commento critico in pubblico, muti o parlando d’altro sui social tanto amati durante le campagne elettorali, sui quali manco degnano di  un saluto il loro leader tanto lodato solo qualche mese fa.

Perché qua da noi, prima viene il partito e si resta fedeli la linea (anche quando la linea non c’è, come cantava alle feste dell’Unità un famoso gruppo punk, una trentina d’anni fa), per la coerenza personale, c'è sempre tempo dopo (e ci sarà sempre nel partitone qualcuno pronto a capirti, consolarti e spazzolarti il pelo) .