martedì 25 agosto 2015

Perchè Nomadelfia di Valeria Cammertoni

Nomadelfia, per quanto mi riguarda, è stata una parentesi nella storia carpigiana, “parcheggiata” per anni in una sorta di limbo indefinito, di cui ovviamente si era sentito parlare, ma mai approfondita.
Un po’ per il pregiudizio culturale frutto della decennale contrapposizione frontale fra comunismo e clericalismo dell’epoca, che di fatto relegava anche un’esperienza paradossalmente invisa alle gerarchie ecclesiastiche, nella categoria generale della “roba da preti”,  un po’ perché questa esperienza pare continui ad essere vissuta come una parentesi nella storia locale, che cosa fosse precisamente Nomadelfia, perché fosse nata nell’ex campo di concentramento di Fossoli, perché se ne fosse dovuta andare, per quanto mi riguarda, era (e in parte resta) un mistero.

Caso volle che durante le ultime vacanze estive in Corsica, una sera ci ritrovassimo a cena in un ristorantino sulla spiaggia, nella classica situazione allargata ad amici degli amici, e fra i tanti presenti ci fosse anche la madre di una di queste amiche, che nel pomeriggio avevamo scoperto avere vissuto a Nomadelfia, sia nella sua prima versione carpigiana, che in quella maremmana.
A me che piace ascoltare storie, non potevo certo farmi scappare l’occasione di sentirne una così particolare, vicina e al tempo stesso remota (in molti sensi) ed è stato con gran piacere che ho scoperto che questa gentile signora, dotata di un notevole spirito, cordialità e gusto per il raccontare, aveva scritto su questa esperienza un libro.
Così ho fatto quello che non avrei mai pensato di fare, per tempo, pigrizia e notevole pregiudizio culturale: al ritorno a Carpi, me ne sono andato a cercare il volume in libreria e, con calma, me lo sono letto.
“Perché Nomadelfia” è prima di tutto la biografia di Valentina Cammertoni, che parte da prima della guerra, e descrive in modo piano, semplice ma delicato, la vita dell’Italia fra la fine dei trenta e la guerra, nella prima parte.
Seppure di estrazione sociale diversa, e ambientata in zone diverse da quelle a me note, ho risentito l’eco delle infinite storie dei mie nonni e dei miei genitori, su un tempo della mia famiglia fatto di stenti e miseria, condito dalla dittatura prima e dalla guerra poi.
Nella seconda parte arriva finalmente Nomadelfia: effettivamente, per come è stata raccontata e per i tempi, l’esperienza di quella vita comunitaria doveva essere qualcosa di incredibilmente rivoluzionario.

Non sapevo dei problemi avuti da Don Zeno con le gerarchie ecclesiastiche, ma in effetti a leggere cosa fosse Nomadelfia, la cosa non stupisce.
Per un non cattolico riesce difficile capire il perché di certe scelte e certi passaggi, sia nelle decisioni dei vertici della Chiesa nei confronti della comunità, sia di Don Zeno stesso,  ma anche per chi come me non ha “il dono della fede”, il libro si rivela interessante, per scoprire da un’ottica del tutto personale e privata, un’esperienza che in realtà, con tutti i suoi pregi e difetti, resta comunque, a mio modo di vedere, un esempio di coerenza con il messaggio evangelico sperimentato da una realtà cattolica (le due cose, per me non viaggiano insieme molto spesso nella storia del cattolicesimo)  e allo stesso tempo modello precursore di altre esperienze comunitarie, non necessariamente “agite” dalla fede.

Caso per caso, mi ha colpito anche la coincidenza che il primo fra i bambini di Nomadelfia che Valeria ebbe in affido, (prima ancora di cominciare ad allevare i propri che sarebbero poi stati ben sette!)  fu Beppe Lopetrone, persona che da adulto riuscì a guadagnare una certa notorietà grazie al suo lavoro di fotografo di moda e al quale non mancò un certo gusto per la provocazione culturale e politica (non lo conobbi mai di persona, ma lo ricordo “dall’altra parte della barricata”, a inizio anni ’90, nel pieno della mia esperienza politica per il partitone).
Come lo spirito di sobrietà evangelica di Nomadelfia potesse sposarsi con il mondo della moda, per me resta un mistero, ma anche nel suo caso, l’infinito affetto espresso da questa madre adottiva nei suoi confronti, mi hanno obbligato a stemperare molto di quello che erano i miei pensieri di allora.

Quindi, che dire, lettura lontanissima dalle mie “corde”, proprio per questo c’è da ritenersi fortunati per la le coincidenze che mi hanno “obbligato” a scoprirla e quindi… grazie.