venerdì 25 settembre 2015

Sinistra: riusciremo a sbagliare tutto anche questa volta?

Ritengo improbabile che si vada ad elezioni anticipate (anche se effettivamente lo spererei), ma che le elezioni siano domani, fra un anno o fra tre, comincio a nutrire la desolante sensazione che, sia come sia, la mia “parte” ci arriverà impreparata.

L’ultima volta che partecipai ad un’organizzazione che aveva “Sinistra” nel nome, fu ai tempi di Sinistra Democratica (nel frattempo ero già uscito da una decennale militanza nel partitone e da quattro o cinque anni nei Verdi).
Sinistra Democratica, per statuto, se non ricordo male, non poteva presentarsi ad elezioni e aveva come scopo di fungere da “facilitatore” per l’unità della sinistra (tutta).
Qua da noi si rivelò invece il retino con il quale fuoriusciti del PD, andavano a pesca di vendoliani all’uscita del congresso di Rifondazione che ne decretò la (ennesima) scissione e poi tutti insieme appassionatamente diedero vita a SEL, che dal punto di vista dell’elaborazione e dell’azione politica, fu il principale strumento per “normalizzare” istanze di sinistra nell’alleanza con il calderone protodemocristiano che stava diventando il PD (già pre-Renzi), costituire un’utile foglia di fico per l’elettorato che ancora sperava di poter “tirare” a sinistra il partitone e, last but not least, fornire una chance di contrattare qualche posizione di carriera per politici di professione di lungo corso, con un partitone che in quanto a sedie, con gli alleati si è sempre dimostrato molto generoso, in cambio di perenne e indefessa fedeltà anche quando l’azione di governo, locale o nazionale che fosse, smentiva platealmente i termini di Sinistra ed Ecologia (per la Libertà, invece c’era la massima libertà per la loro classe dirigente di fare un po’ come gli pareva, una volta contrattata la posizione di potere più consona).

Per inciso negli stessi anni, a livello regionale e in molti comuni, anche i loro “fratelli coltelli” di Rifondazione, continuarono ancora (e qua e là in Italia continuano) a partecipare alle maggioranza cosiddette di “centrosinistra” (Carpi faceva e fa eccezione da quando esiste l’elezione diretta del sindaco), ma anche quando e dove cominciò a smarcarsi dall’abbraccio “fatale” con le politiche amministrative del partitone, risultò tutto un po’ troppo tardi e troppo poco per costituire un’alternativa credibile (e qua da noi, gran brutta botta per la loro credibilità, a mio parere, fu partecipare ancora alla coalizione di Errani nel 2010).

Aggiungiamo che, da elettore medio con idee e valori di sinistra, faccio fatica a capire cosa si intenda con “comunista” oggi.
Se il problema è avviare la rivoluzione proletaria, promossa da un’avanguardia operaia, che ribalta armi in pugno lo stato borghese per arrivare al superamento della proprietà privata e dello Stato stesso, la cosa non mi trova molto interessato. 

Capisco invece benissimo le loro posizioni programmatiche nelle elezioni locali e nazionali, le trovo in gran parte vicino alle mie, per questo, non definendomi “comunista” per una questione oserei dire quasi più logica che ideologica, non ho mai avuto (e credo non avrò mai) problemi a sostenere e votare coalizioni che comprendano anche chi comunista si dice, perché se c’è una cosa che credo di avere imparato dopo 25 anni di politica più o meno partecipata è di impiparmene delle etichette, non cadere nel ricatto sentimentale delle appartenenze (per quanto complicato e doloroso sia), per poter giudicare un’organizzazione politica per quello che dice e fa (o non fa) e la relativa coerenza fra i due termini .

Per un po’, e facendo la tara a tutti i limiti di un’esperienza nuova, quella coerenza l’ho trovata nel M5S, poi anche loro mi pare si siano persi per strada su alcune questioni (in primis: ruolo del leader, possibilità reale di creare un programma politico nazionale dal basso, quando invece molti temi vengono dettati direttamente dal duo Grillo-Casaleggio, tanto è vero che oggi aspettano le indicazioni messianiche che verranno dal magico duo alla prossima manifestazione di Imola, per quanto riguarda modalità di scelta dei candidati per la prossima compagine parlamentare  e, eventalmente,  governativa, perfetta negazione di quello che doveva essere un movimento dove le decisioni nascono dal basso).

Ma torniamo “a sinistra”: arriva il 2014 e si intravede uno spiraglio di luce, con l’Altra Europa.
La appoggiai a livello locale, firmando per la presentazione delle liste e partecipando sporadicamente a qualche iniziativa, dato che contemporaneamente ero impegnato anche nella promozione della lista per le elezioni comunali di Carpi Bene Comune dove, purtroppo, per le dinamiche richiamate sopra, l’unità di tutte le “sinistre” non si potè fare (indubitabilmente anche per errori di tempo e modo nostri, ma anche per il riflesso condizionato di SEL che ancora oggi ripete il mantra ossessivo dell’alleanza con il PD "ovunque possibile", evidentemente a prescindere dalle politiche che esprime a livello nazionale e locale, sempre e comunque).

Guarda caso,  l’Altra Europa, il giorno dopo le elezioni e dopo un risultato brillante (tenuto conto del livello da dove si partiva), si sfalda allegramente tra personalismi e “lottizzazioni” della sua classe dirigente (con SEL che protesta perché chi è arrivato secondo nelle preferenze non può andare in Parlamento, come se i voti si pesassero e non si contassero, e la parte “civica” dell’Altra Europa che prende strade tutte sue, non confrontandosi più con nessuno).

Novembre 2014, ci si riprova con Altra Emilia Romagna, continuo a pensare che, anche senza SEL,  l’idea di partenza fosse buona, alla fine si agguanta il risultato (eletto nel collegio di Bologna il consigliere Alleva, avrei preferito francamente una figura un po’ più fresca e con un percorso politico più interessante,  come Cecilia Alessandrini, ma va bene uguale).
Il problema è che nel frattempo il percorso de “L’Altra…”  (Europa, Italia, Emilia Romagna che dir si voglia) dal punto di vista organizzativo pare fermo e il rischio è che per gruppo dirigente, temi e linguaggio, ci si trovi di fronte alla “semplice” Rifondazione Comunista sotto altro nome (non per volontà egemonica loro, direi, ma semplicemente perché sono l’unica componente con un minimo di organizzazione, con militanti più presenti e che quindi inevitabilmente danno il segno ad un insieme che avrebbe dovuto essere capace di parlare ad un pubblico più ampio).

Un anno (quasi) dopo le elezioni regionali,  credo che l’Altra Emilia Romagna pecchi sia in comunicazione (dell’attività di Alleva in consiglio si sa poco, a parte la bella proposta di delibera sulla costruzione della autostrada TI-BRE, che però è roba giusto di questi giorni) che dal punto di vista dell’organizzazione, dove appunto tutto sembra congelato in attesa di sviluppi nazionali.

E proprio a livello nazionale si riparte, secondo me, dal lato sbagliato, con il rischio che il dibattito si concentri sulla “sommatoria” di sigle di partiti e componenti di fuoriusciti dal partitone (PRC, SEL, Civati, addirittura Fassina! Cioè,  dico...: Fassina!?) che ancora una volta danno più l’immagine dell’iniziativa, più o meno meritoria che sia, di ceto politico che non di movimento di popolo, mentre chi un seguito di popolo poteva averlo (ricordate la manifestazione di Rodotà e Landini per la Costituzione di un paio di anni fa?), o si ritira a ruolo di padre nobile (Rodotà) di un figlio mai nato, o in un fumosissimo progetto di movimento che rinuncia ad ogni ruolo di rappresentanza elettorale (Landini), lasciando il campo, secondo me, colpevolmente sguarnito.

Se per caso (facciamo finta di essere ingenui), le tensioni interne al PD sulla pessima riforma costituzionale renzian-berlusconiana fossero serie e si rischiasse davvero di andare ad elezioni anticipate fra qualche mese, la sinistra di questo paese si troverebbe ancora in mutande esattamente come con la barzelletta del 2013 di Rivoluzione Civile (giustamente condannata all’oblio).
Il mio timore è che se si va avanti così, le cose non saranno comunque molto migliori nel 2018, con SEL che continua ad essere legata a doppio filo ad un partitone sempre più democristiano (sempre che per allora, il partitone non abbia optato per rendere definitivo il clamoroso voltafaccia in favore della destra del 2013, abbandonando SEL peggio che un cucciolo in autostrada), Rifondazione che continua a parlare un linguaggio e a sventolare una bandiera che, giusto o ingiusto che sia, ormai capiscono e condividono in pochi, la cosiddetta “sinistra civile” che continua a non capire che se non si parte per tempo con un’idea concreta di organizzazione, pensare di presentarsi  all’ultimo minuto ad una competizione elettorale resta, per quanto necessario,  gesto di pura testimonianza (e in questo ci metto anche la nostra piccola esperienza di Carpi Bene Comune).

Soprattutto credo che, vista la deriva mediatica e personalistica che ha preso la politica italiana (e certo non solo da quando c’è Renzi) sia ora che alcune delle figure nazionali che questo popolo di “sinistra civile”, largamente disilluso e in gran parte rifugiatosi nell’astensionismo, riconosce come punti di riferimento, decida di dire qualche parola chiara e ad esporsi, per sostenere un progetto che SERVA per partecipare in modo credibile alle prossime elezioni, uscendo dall’approssimazione delle iniziative europee e regionali dell’ultimo anno.
Avviare un percorso che sia capace di essere veramente partecipativo, sfruttando anche la rete e non pretendendo solo una presenza militante, i cui riti evidentemente appassionano solo una minoranza, mettendo chiari paletti rispetto al professionismo in politica, creando una struttura che sia riconoscibile e a misura anche di chi non ha le storie di militanza che ha avuto la mia generazione negli ultimi 20-25 anni e che sia in grado di produrre una classe dirigente nuova (e costantemente rinnovata nel futuro).

Che sia facile no, che ci sia tempo neanche, ma se ne non si comincia in modo serio ora (e non mi pare che una costituente convocata da un segretario di partito in pista da un paio di lustri sia il modo migliore),  l’unica alternativa è che si possa aspettare che ci arrivino addosso le prossime elezioni e sbagliare tutto anche questa volta, salvo sventolare ognuno le proprie bandiere identitarie e (ri)condannarci all’irrilevanza politica, sia per chi si adeguerà a stare alleato con il partitone (ammesso che anche questa volta li facciano graziosamente accomodare a tavola), sia per chi se ne starà fuori.
E a quel punto sarà difficile convincere le "classi lavoratrici" che il voto dato a sinistra sia ben speso, ci sarà poco da biasimare chi si rifugerà nell'astensione o nel voto al "meno peggio", tanto più quando si tratterà di ballottaggio  (nel caso specifico al M5S).


La vignetta l’ho rubata non so dove, se Altan si adombra, giuro che la tolgo…