lunedì 23 maggio 2016

La civiltà salvata dai Verdi (austriaci)

Con un grande sospiro di sollievo, possiamo salutare l'esito delle elezioni presidenziali in Austria, dove il candidato della destra xenofoba e razzista è stato battuto, di un soffio, dal pacato e sobrio candidato dei Verdi (per altro non "organico" al partito, ma candidato come indipendente).

Ora, con tutte le eccezioni possibili e immaginabili, dato che parliamo di un meccanismo elettorale ben diverso dal nostro e non di elezioni politiche ma "solo" presidenziali, un paio di deduzioni però possiamo tirarle fuori.

La prima è che i Socialdemocratici austriaci che negli ultimi mesi si erano messi a rincorrere gli allarmismi destrorsi sul tema immigrazioni, in Austria non sono più considerati, se mai lo sono stati, baluardo contro l'avanzata dei cosiddetti populismi.

La cosa non dovrebbe stupire più di tanto, dato che il fenomeno si era giù verificato in passato in Austria, ma ci sono ampi parallelismi con la situazione nelle istituzioni della UE e in altri paesi europei (Germania, ma anche Italia).
In buona sintesi, nell'ansia di sedersi al tavolo del potere in nome della governabilità, diversi partiti della famiglia socialista, hanno smarrito per strada qualsiasi elemento di "alterità" rispetto al sistema dato.
In teoria "Socialista" dovrebbe voler dire ancora qualcosa in termini di alternativa al sistema di mercato imperante (eufemismo per non dire sistema capitalista), ma sfido chiunque a trovarla questa visione "alternativa" nelle elaborazioni teoriche ma soprattutto nelle azioni pratiche una volta al governo dei vari SPD, PS francese, per non parlare della barzelletta del nostro PD, che  siede nel PSE  ed elogia Marchionne e ne fa il modello culturale di riferimento.

Nella povertà teorica e culturale del nuovismo blairiano e della SPD di Schroeder, teoria e visione che una volta erano il pilastro fondamentale della "differenza" tra partiti socialisti e socialdemocratici europei (eccezion fatta per quelli italiani, dove il vero partitone socialdemocratico, in realtà si chiamava, gloriosamente,  Comunista), quello che è rimasta come unica prospettiva di "alternativa" è in realtà un'alternanza fra diversi gruppi di potere, in competizione fra loro per assicurarsi i vantaggi di un sistema che nessuno mette in discussione e che si riassume con la supremazia del mercato su qualsiasi altra dimensione etica e sociale.
Non stupisce quindi che quel po' di elettorato di sinistra che ancora decide di partecipare alle competizioni elettorali, cerchi non l'alternativa tra  le varie declinazioni nazionali di PSE e  PPE, ma si affidi all'unica alternativa "di sistema" disponibile, nei vari contesti elettorali.

Per i paesi del nord Europa questi sono gli ecologisti, perchè il pensiero ecologista è oggettivamente l'unico a costituire un modello omnicomprensivo e alternativo al sistema dominante.

L'ecologismo ha una visione di società, di relazioni sociali ed economiche al suo interno e di prospettiva per il futuro che "socialisti" e "comunisti" oggi non possono più dare, in termini di coerenza con il proprio nome: in realtà oggi nessuno è in grado di teorizzare uno stato socialista (con o senza rivoluzione, che dovrebbe essere l'unica discriminante tra "socialisti" e "comunisti" in senso letteralmente intesi), ma è invece possibile immaginarsi uno stato (e un'organizzazione di stati) dove la tutela dei beni comuni e dei diritti civili, in un'ottica intergenerazionale, prevale su quella del profitto ad ogni costo, come regola generale,  che sta alla base di tutti gli "ecologismi" variamente intesi.

Ora, in Italia, il pensiero ecologista viene in genere sbertucciato dai più come un'eredità delle mode New Age degli anni 80, associato al fatto che politicamente, il movimento dei Verdi, oltre ad avere espresso una classe dirigente di livello penoso (ad eccezione di poche grandi personalità come Alex Langer) , che a livello locale e nazionale ha passato più tempo a contrattare poltrone in giunte e governi, che non a fare quello che facevano i loro omologhi europei, ovvero diffusione di buone pratiche di democrazia e cultura ecologista.

Nel resto d'Europa oggi, il pensiero ecologista resta l'unica alternativa, compiuta, leggibile e  praticabile da un elettorato vasto, a sinistra dell'asse PPE-PSE, totalmente arresa al sistema di mercato (basta vedere cosa succede anche con la "trattativa" del TTIP).
Quel che resta della sinistra italiana (cioè quel si muove a sinistra del PD)  a parole ha sposato gran parte delle teorie ecologiste,ma manca effettivamente di un "manifesto" fondativo, che sia in grado di rendere evidente il legame inscindibile tra giustizia sociale e visione ecologica delle società e soprattutto,  vale per i vari pezzi di "sinistra di governo" come per  i Verdi stessi, manca oggi di credibilità, persa in decenni passati a fare da ruota di scorta e foglie di fico ai cosiddetti governi di centrosinistra a livello regionale e comunale, che di ecologista hanno giusto qualche misura cosmetica, buona pe rla propaganda ma assolutamente innocua per il sistema dominante.

Qua e là, queste formazioni stanno rincominciando a riprendere la propria autonomia, anche in queste elezioni amministrative,  ma il deserto da attraversare per riguadagnare la credibilità perduta, sarà molto lungo, ammesso e non concesso che il viaggio cominci.
Nel frattempo speriamo che la tendenza vista nelle elezioni nei Land tedeschi e oggi in Austria, diventi "infettiva" e porti anche qua da noi ad elaborare un pensiero e un'azione in grado di archiviare l'insipida e appiccicosa alternanza tra il pan bagnato del cosiddetto centrosinistra e la zuppa di centrodestra, nel nostro caso condito da abbondanti dosi di "populismo di governo", altrettanto tossico di quello che viene stigmatizzato in certe opposizioni dal pensiero dominante.

Intanto, complimenti ai Verdi austriaci: un raggio di sole (che ride), in un panorama altrimenti molto, ma molto scuro...