"Ghetto Italia", di Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano. Non un saggio, ma un racconto.

Questo libro l'ho scoperto un paio di mesi fa, grazie ad un incontro organizzato dal Presidio di Libera "Peppe Tizian" di Carpi, che ringrazio, perchè senza la loro preziosa opera di informazione e divulgazione, probabilmente non avrei mai sentito parlare Yvan Sagnet (ed essendo dovuto "fuggire" prima della fine dell'incontro per incombenze famigliari, non mi sarebbe venuta la voglia di "finire il discorso" andando a cercare uno dei libri che erano stati citati).
Mi aspettavo di trovarmi di fronte ad un "normale" saggio, invece ho trovato il racconto di un viaggio (nell'orrore) dalla Sicilia al Piemonte.
Un racconto però ricco di dati e informazioni, in grado di rendere evidente che il lavoro nero in agricoltura è sostanzialmente una forma di schiavismo, che richiede una vasta organizzazione per garantire alle aziende italiane le decine di migliaia (decine di migliaia!) di lavoratori irregolari che servono per spingere quasi a zero la retribuzione oraria nel lavoro agricolo.
Una situazione da tutti conosciuta, che non potrebbe raggiungere queste dimensioni se non ci fosse la complicità delle grandi industrie di trasformazione, delle grandi catene distributive, delle associazioni di categoria e della politica locale e nazionale (e vedremo la nuova legge sul caporalto quali effetti avrà, ma evidente che si continua a guardare al sintomo e non alla malattia di un sistema economico che toglie al lavoro e ai lavoratori ogni parvenza di dignità e per andare avanti necessita, per forza, che il traffico di esseri umani disposti a lavorare 10 o 12 ore al giorno, per 20 euro, dormendo in catapecchie o addirittura in rifugi di cartone in mezzo ai campi, dipendenti in tutto e per tutto (cibo, acqua, cure...) dai loro caporali, che riescono a lucrare non solo vendendo il lavoro dei loro "schiavi", ma anche dai loro bisogni, tenendoli separati, ghettizzati, dalle popolazioni locali (italiche) ben felici di nascondere sotto il tappeto la polvere, che produce la ricchezza del sistema agroalimentare italiano, ma che non ha diritto ad una paga vera, ad un alloggio decente, e può morire lungo un fosso senza che nessuno abbia nulla da ridire, che si tratti di Nardò, di Rosarno o di Saluzzo.
E ogni sgombero di tendopoli o di ruderi occupati per farne "campi", non fa che aggravare la loro situazione, rendendo i lavoratori sempre più soli, parcellizzati, in rifugi ancora più di fortuna di quelle miserabili situazioni, ancora più alla mercè dei loro padroni.
In questo modo si saldano gli interessi di chi li sfrutta, con quelli del popolino aizzato dalle campagne xenofobe e razziste, nel classico gioco (riuscitissimo) di indirizzare l'odio non verso che domina questo sistema (e si pone a cavallo tra economia legale e illegale, con i più bei nomi della nostra industria agroalimentare), ma verso l'anello più debole.
Un danno umano, sociale, ed economico, quantificabile in miliardi che ogni anno girano in questa economia in nero, tra retribuzioni e contribuzioni evase (e relativi profitti per chi guida il gioco), che diventano miracolosamente "bianchi", quando il barattolo di pelati  o la bottiglia di moscato raggiungono gli scaffali dei negozi italiani o nord europei.
A fianco del racconto umano e personale, di ciò che gli autori hanno vissuto lungo questo viaggio, il libro fornisce una notevole quantità di dati, che sono ornai alla disposizione di tutti, a partire dai decisori politici e degli operatori di mercato.
Continuare a far finta di contrastare il fenomeno partendo dalla cosa, con qualche ispezione "spettacolo" nei campi, dove il giorno dopo tutto ritorna uguale se non peggio, anzichè dalla testa, è la prima responsabilità che portiamo come "Sistema Italia".
Non ritenete il paragone eccessivo: ad ogni pagina scritta da Leonardo Palmisano e Yvan Sagnet, tornano alle orecchie le parole di "Se questo è un uomo". Fate voi.

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