giovedì 8 dicembre 2016

Il voto a Carpi, secondo me (Edizione referendum 2016)

Fosse stato per i carpigiani, il papocchio della riforma Renzi-Boschi-Verdini, che conteneva qualcosa di buono o comunque innocuo, come l’abolizione del CNEL e il tetto ai compensi dei consiglieri regionali (ammesso che questo dovesse essere materia costituzionale), insieme a molto di negativo (un Senato pasticciato nelle competenze e nella composizione, un netto accentramento del potere a livello centrale), oggi sarebbe Costituzione vigente.

Per i quattro lettori di queste pagine, il mio giudizio sulla riforma era ed è noto, ma proviamo a vedere se anche questa volta, i numeri riescono a dirci qualcosa in più del semplice chi ha vinto o chi a perso.
L’affluenza è stata del 77,37%. Alle europee del 2014 fu poco meno del 74% alle europee e poco più del 73% alle comunali tenutesi nel 2014.
Primo dato: anche a Carpi la scelta referendaria ha “appassionato” di più rispetto alla competizione partitica. E non paragoniamo il dato con le regionali del 2014, che sarebbe deprimente (per i partiti in lizza).

Il Sì si porta a casa 22183 voti, il No 17333.
Stando ai fatti, trattandosi di quesito referendario, non avendo gli strumenti dell’Istituto Cattaneo per analizzare il voto per fasce di età o reddito o appartenenza politica, non si potrebbe andare più in là (oppure, attenendosi all’andamento nazionale, bisognerebbe semplicemente constatare che essendo quella di Carpi una popolazione che invecchia, il fatto che vinca il Sì è in linea con le principali analisi di voto che dicono che il principale bacino di voti a favore della riforma erano i pensionati. Magari gli esodati no, ma i pensionati sì.)

Se invece vogliamo applicare il metro “renziano” e leggere questi voti come il consenso alla riforma, allora qualcosa si può dire.
La prima è che se il 40% di voti “di Renzi” a livello nazionale, suona francamente un po’ incerto, non visono dubbi che il partitone carpigiano continui a veleggiare, poco più poco meno, su quel 51% raccolto alle amministrative (il 58% delle europee se lo può scordare, ma il 50% non glielo toglie nessuno).
Ci sarebbe da dibattere se siano voti “di Renzi” o “del Partitone”, e io propenderei in questo caso per la seconda.

In buona sintesi, nonostante l’esibizione di foto e post dove sindaco e assessori manifestavano l’appoggio indefesso alla riforma (non molto dissimile dall’ostentazione del bacio alle reliquie), bisogna ricordare che la maggioranza degli amministratori sono oggi (o forse erano solo fino a domenica scorsa), in parte renziani obtorto collo, in parte renziani opportunisti e in minima parte renziani DOC.
Alla sconfitta congressuale di Bersani, un partito che nel suo apparato di funzionari era bersaniano fino al midollo (salvo eccentriche posizioni di singoli, dove il posizionamento una volta per Frnaceschini, una volta per Civati, sembrava più la manovra per garantirsi un posto in tribuna come rappresentante delle minoranze), zitti zitti, lemmi lemmi, un po’ per conformismo, un po’ per sana e antica disciplina di partito, un po’ pensando al proprio futuro alla fine del secondo mandato da amministratore (dato che il partitone stipendi da segretari territoriali e affini non ne paga più e sono venuti meno pure i posti di assessori provinciali per politici in prepensionamento o sconfitti dalla storia), sono diventati tutti profeti del verbo renziano, tanto è vero che alla fine, l’unico a finire fuori dal partito è stato proprio il renziano della prima ora Roboe Arletti, mentre altri come Taurasi (che se non della prima ora lo era almeno della seconda e in modo aperto e manifesto), si parcheggiavano in stand by da soli, avendo capito con un anno di anticipo che non ci sarebbero state chances di candidatura per renziani che potevano godere di uno stipendio proprio, quando la federazione aveva così tanti dipendenti da piazzare, lasciando il campo al bersaniano (all’epoca) Bellelli.

Il Job Act a Carpi non l’ha criticato nessuno (anche la moderatissima FIOM carpigiana, si è di fatto ritrovata da sola), nessuno fiatava quando il premier sfotteva la CGIL (da queste parti antico e vasto serbatoio di voti per il partitone), la Buona Scuola è stata difesa a spada tratta dalla deputata carpigiana Ghizzoni (che magari aveva anche qualche idea buona per migliorarla, ma ha un’influenza sull’apparato del partito inversamente proporzionale a preparazione e competenza e quindi ha dovuto tenersela così com’è uscita dalla volontà governativa, cioè male).
Sul referendum, tra giunta, consiglio comunale, consigliere regionale, deputato e segreteria partito, non una voce si è levata, non dico per il No, ma almeno per mandare un segno di rispetto a vecchi leader osannati in passato, come lucide menti della sinistra e risorse per il paese, se non come veri e propri “cari leader” (Bersani e D’Alema).
Tutti convinti sostenitori della riforma (e chiariamoci, qualcuno ne era convinto anche sul merito, su altri invece a pensar male…)

A Modena e provincia qualcosa almeno si era mosso, a Carpi, chiunque avesse un ruolo politico o istituzionale è stato zitto e muto o ha dato chiari segnali per il Sì.
Unita e compatta come una sol falange la classe dirigente, altrettanto unito e compatto l’elettorato di riferimento (che essendo ancora erede di un’idea di partito “omnicomprensivo”, mal digerisce le divisioni fra leader locali e mette l’unità del partito e il partito stesso come fine ultimo su tutto, non “ a prescindere” da quello che fa, ma quasi).

In quel 56% però c’è anche altro, ovvero le bricioline di centro moderato che ancora resistono, quell’ala cattolica non integrata nel PD rappresentata in giunta da una lista civica di ispirazione molto  vetero democristiana e soprattutto una buona metà di voti di Carpi Futura, che sono molto più renziani del PD per estrazione sociale e formazione culturale.  
Insomma, fatti i conti, sono abbastanza convinto che, salvo che il PD non si sfasci a livello nazionale, il buon Bellelli si farà anche il secondo mandato in carrozza, perché con quel consenso lì (magari con il soccorso di qualche formazione di centro), anche che dovesse succedere l’innominabile (ovvero che non venga eletto al primo turno), la sfangherà al secondo, un po’ per assenza di avversari temibili (non tanto come caratteristiche personali ma come debokezza di apparati e relazioni necessari a raccogliere voti paragonabili a quelli ereditati storicamente dal PD locale, per quanto in costante calo, europee escluse), un po’perchp il partitone carpigiano da sempre esprime una notevole saggezza nella distribuzione degli incarichi e riesce a tenere insieme meglio che altrove quella che molti definiscono la “fusione a freddo” tra l’ala fu comunista e quella (tuttora) cattolica.
Anzi non mi stupirei se proprio per evitare scomode competizioni interne, se nel nome dell’alternanza “ex comunista/ cattolico”, alla fine di questa legislatura, il posto della Ghizzoni, non più ricandidabile per raggiunto limite di mandati, non venisse preso dal rampante iper-renziano assessore Morelli, che anche lui sarebbe in scadenza di esperienza amministrativa, essendo al secondo mandato, e a meno che non voglia sfidare, in modo inedito (e che mostrerebbe una certa qual nota di spavaldo coraggio che ben si addice al renzismo imperante fino a domenica scorsa), il sindaco Bellelli in una competizione interna al prossimo giro (cosa mai avvenuta per sindaci del partitone in carica, quindi altamente improbabile), potrebbe accarezzare l’idea di fare le valigie per Roma, prima della fine del mandato che, vada come vada, è evidente che l’anno prossimo a marzo o a ottobre (non appena matureranno i vitalizi per deputati e senatori di prima nomina) si vota, e sempre che Renzi abbia ancora posti da distribuire per l’epoca.

Il tutto detto da uno che era convinto che avrebbe vinto il Sì e che in America avrebbe vinto la Clinton.
Fate voi.

E a sinistra (cioè a sinistra del PD)?
Tanto per intenderci, tutta questo panegirico qui sopra francamente non pensavo di scriverlo per questo voto interrompendo una felice (?) tradizione inaugurata da quando questo blog è stato aperto, se non fosse che il buon Luigi Anceschi, fra i promotori nel 2009 della lista Sinistra per Carpi e nel 2014 della lista di SEL (sempre alleata con il partitone), a seguito di un mio commento un filino tranchant sugli esiti di questo voto a sinistra (e in particolare sull’illogicità di costruire percorsi di “alternativa” al PD, restando alleati del PD in regioni e comuni, specialmente dove non si hanno i voti necessari per influire minimamente su nulla), non mi avesse invitato ad un’analisi del voto un po’ più articolata (e io posso resistere a tutto tranne che alle provocazioni)..

Beh, eccola qua:  è senz’altro vero che l’uscita dei vari Mezzetti e Galantini dalle giunte di ogni ordine e grado sparse per la nazione non sposteranno chissà quali voti, ma il punto è che la creazione di una comunità politica (non semplicemente di aggregazioni elettorali) deve partire nella chiarezza e coerenza e mi pare difficile farlo avendo parte dei soggetti partecipanti che devono tessere le magnifiche et progressive sorti delle giunte PD in Emilia  e parte che da una quindicina d’anni le prendono a sassate (metaforiche) per chiare divergenze programmatiche ed amministrative.
L’ambiguità per altro sopravvive tutt’ora anche nella ormai ex SEL nazionale, ora avviata alla fondazione di SI (acronimo quanto mai infelice in questa stagione) che a dicembre farà le sue brave tesi congressuali ma che, per quanto ne so, non ha ancora deciso se darà vita ad un percorso autonomo (a costo di attraversare il deserto di incarichi assessorili per una cinquina d’anni, salvo raccogliere i consensi per rendersi indispensabili) oppure se si riparte dalla coalizione bersaniana e addirittura manco si capisce se fa riferimento alla famiglia europea del PSE (in tal caso: auguri!) o delle sinistre ecologiste del GUE (roba che comunque solo noi adepti di antichi riti politici possiamo capire).


Questo ovviamente come semplice elettore e cittadino, pigramente ecologista e di sinistra, che per questa stagione della vita non si impegna direttamente in organizzazioni partitiche, ma che se lo facesse ripartirebbe comunque dal dare gambe e braccia ad esperienze di civismo ecologista e di sinistra come voleva essere (e come ancora potrebbe ancora essere)  Carpi Bene Comune, nel più classico degli “agire localmente, pensare globalmente”, dove le appartenenze ad esperienze nazionali possano anche mischiarsi o allearsi, partendo sempre e solo da una chiara base programmatica (ovvero dalla lista di quel che vogliamo e di quel che non vogliamo sia fatto da una giunta) ma che parta dal qui e ora a Carpi, perché se stiamo ad aspettare gli eventi nazionali, a sinistra, stiamo freschi.
Io, a mettere insieme, ci ho già provato un paio di volte e, come dicevo, per me ora non è stagione, ma se dovessi dire quel che vorrei vedere politicamente parlando è quella roba lì.