domenica 19 febbraio 2017

Scissione chi? (La scissione del partitone vista da Carpi)

Da ascoltatore medio di tg e “umarèl” dei cantieri politici altrui, alla fine di questa giornata che pareva dovesse essere decisiva per le sorti del partitone, posso serenamente dire di non aver capito come si sia chiusa.
Non avendo seguito agenzie, controagenzie ed avendo adocchiato l’indefesso Mentana solo in orario aperitivo, beccandomi il redivivo Epifani, l’unica cosa certa è che l’ennesimo penultimo giorno definitivo rimanda tutti ad una direzione prevista martedì, durante la quale si saprà se Renzi e i suoi oppositori riusciranno a tenere i cocci insieme oppure no.
Che questo succeda o non succeda, azzardo un’idea di quel che capiterà qua in Emilia e in particolar modo in quel di Carpi nei prossimi due anni: niente.
O meglio, a volerle leggere, certe situazioni saranno ricche di paradossi e coloriture “sociologiche”, ma sono abbastanza certo che, se scissione ci sarà, le conseguenze saranno ben diverse da quelle che si immaginano gli scissionisti, per ragioni “antropologiche” prima ancora che politiche.

Il partito dei funzionari
In questi giorni abbiamo visto moltiplicarsi gli appelli di amministratori locali e non a favore “dell’unità” del partito.   
Per l’unico partito che, nel bene e nel male, mantiene ancora un’organizzazione reale, da queste parti i i funzionari, per quanto in ranghi ridotti, esistono ancora, anche se molti di loro ricoprono oggi incarichi elettivi, (solo a Carpi sono direi almeno quattro tanto per dire), e nonostante l’apparato emiliano fosse tutto largamente di stampo ex DS e quindi tetragonicamente bersaniano, una scissione sarebbe una iattura.
I tempi sono cambiati e ne sono coscienti, il partitone non può garantire già oggi tutte le possibilità (legittime) di percorso professionale in politica che garantiva un tempo, figuriamoci se ci si trova pure una scissione da gestire, quando già iscritti e militanti si vanno diradando.
Nulla fa più male alle organizzazioni delle divisioni al vertice, figuriamoci se portano a spaccature vere e proprie.  
Risultato: sono pronto a scommettere (un caffè) che in caso di scissione, nessun funzionario politico attualmente stipendiato dal partito e pochissimi fra sindaci, assessori e consiglieri regionali seguiranno gli “scissionisti”.
Per i parlamentari potrà esserci qualche caso fra chi è a fine mandato o comunque ormai si è “bruciato” nella sostegno alla minoranza, ma non mi pare ci siano casi di questo tipo in provincia nonostante, anche in questo caso, la pattuglia modenese fosse largamente e storicamente bersaniana).
Attenzione, non sto dicendo che tutti “tengono famiglia” o che sia solo una questione di carrierismo: sono abbastanza convinto che in molti di loro ci sia un onesto sentimento di appartenenza alla “ditta”, che proprio per questo, per prima cosa, impedisce che l’esistenza della “ditta” venga messa in discussione.
Se davvero scissione sarà, che proprio Bersani agisca come se non conoscesse l’apparato in cui è vissuto un’intera vita, mi pare una delle principali anomalie di questa storia. L’unica cosa che vien da pensare è che comunque, “loro”, a livello nazionale, non hanno più niente da perdere, avendo perso comunque la guida del partito e con ogni probabilità anche la “forza” contrattuale per determinare le liste alle prossime elezioni, salvo una piccola riserva indiana.

Il partito della “base”
Se poi passiamo dal ”apparato” alla “base”, il discorso si fa ancora più paradossale.
Negli anni, i numeri del tesseramento sono calati un bel po’, mentre l’età media degli iscritti ha raggiunto preoccupanti soglie d’anzianità (fenomeno già in corso anche quando il partitone era ancora nella sua prima versione post-comunista, il PDS dei primi anni 90).
Paradossalmente, questa “base” anziana, sarà la meno disponibile a seguire avventure strane anche se guidate da vecchi leader, osannati in passato, quali D’Alema e Bersani.
Proprio per loro, l’unità del partito, è una necessità identitaria, forse ancora più  forte di quella del “partito dei funzionari” (e sinceramente lo è in una misura che in passato avevo sottovalutato, dato che non avrei mai detto che sarebbero riusciti a digerire il renzismo così in fretta, e che altrettanto in fretta venissero invece “digeriti” dal renzismo i nostri amministratori locali).
In altre parole: qua non c’è alcuna frattura o scissione fra base e vertice, e non conta che siano “renziani” o meno: stanno (o stavano) diventando tutti “renziani” nella misura in cui Renzi era comunque il segretario del partito.

Scissi da chi?
Allora a chi “parlano”, da queste parti, gli “scissionisiti”?
Ad un manipolo molto ristretto di militanti, qualcuno anche con ruoli di rappresentanza istituzionale, ma non politici di professione (leggasi: qualche consigliere comunale), che masticando politica, avendo un qualche seguito per prestigio personale, non dipendendo per il proprio stipendio dal partito e a quel po’ di “collateralismo” residuo nei sindacati e nelle associazioni che più hanno ricevuto botte da Renzi in questi tre anni.
Persone che possono permettersi il lusso di fare le pulci alla politica renziana, partendo da legittime opzioni programmatiche e valoriali, supportate dal dato di fatto che il PD di Renzi negli ultimi due anni, ha perso numerosi consensi a livello nazionale (meno da queste parti), e sicuramente molti iscritti (se non fosse che gli iscritti ai partiti sono sempre e comunque un piccolissima minoranza dell’elettorato, di cui una leadership spregiudicata può, entro certi limiti, fare a meno).
Messa così, qua da noi (ma a naso anche a livello nazionale), il risultato a due cifre che sventola D’Alema per l’eventuale formazione “a sinistra” del PD (ma a destra delle altre venti sigle di sinistra attualmente esistenti), appare lontano come un miraggio, così come modeste sembrano le possibilità che l’ondata(ina) di fuoriusciti dal PD, possa poi davvero amalgamarsi con le altre organizzazioni di sinistra che si contendono una fascia di elettori sempre più stretta, sempre più disillusa.
In altri termini: gli scissionisti a livello nazionale sono rappresentati da una generazione di sessantenni, con un curriculum politico alle spalle chilometrico, che paradossalmente non riuscirà a spostare quella fetta di elettori anziani, che anche nelle peggiori prestazioni alle ultime amministrative e al referendum, ha continuato a votare Renzi.
Al tempo stesso non si capisce per quale motivo, le fasce di elettorato più giovane, dovrebbero sentirsi rappresentati da una classe dirigente, il cui principale merito oggi, dopo quello di avere annacquato sempre più verso posizioni centriste la linea di quello che una volta fu il PCI, spianando di fatto la strada al renzismo di oggi, pretende addirittura di ammantarsi di caratteristiche “rivoluzionarie” (il nome dato all’assemblea della minoranza di sabato “Rivoluzione Socialista”, ostenta un notevole sprezzo del ridicolo).
   
Risultato: con o senza scissione, i rapporti di forza attuale cambieranno di poco al nostro livello locale (con i sistemi elettorali previsti per comuni e regione), con i “delusi” del renzismo che molto probabilmente si rifugeranno nell’astensione più che in altre avventurose formazioni, che difficilmente potrebbero avere nomi “di spicco” fra quelli abituati a sentire dai militanti carpigiani o modenesi del PD e che comunque, per non “smentirsi” nelle loro premesse di fare tutto questo con spirito “ulivista”, sarebbero poi obbligate a cercare con il PD l’alleanza elettorale (quindi mi scindo per allearmi con colui da cui mi sono scisso: un’esibizione di contorsionismo degna dei migliori circhi).
In altri termini, la situazione è triste ma non tragica, per i militanti del partitone a livello locale, semplicemente per amor di partito, qualcuno lo perderanno per strada, gli altri diventeranno tutti renziani fino a quando sarà Renzi a rappresentare il partito, ci sarà qualche voto in meno alle elezioni e forse qualche difficoltà in più a riempire i turni alle Feste dell’Unità,   ma la “macchina” continuerà a funzionare ancora per un lustro, salvo disastri.
Quel che succederà a livello nazionale invece sarà anche in gran parte effetto di quale legge elettorale alla fine partoriranno quei volponi che oggi siedono in Parlamento, dopo il brillante successo dell’operazione Italicum, ma la scissione tra una “classe dirigente” e il proprio  “popolo”, oggi come oggi, mi pare sia meglio rappresentata proprio dai vari Bersani, Rossi, Speranza.

Dopo aver scritto tutto ciò, ho avuto modo di vedere in rete  l’intervento del carpigiano Giovanni Taurasi all’Assemblea Nazionale.

Dato che, per una volta, almeno sulla descrizione antropologica del Compagno Z, siamo d’accordo (ma lui è decisamente più sagace nella descrizione), ve la segnalo:  http://www.unita.tv/speciali/assemblea-nazionale-pd-intervento-di-giovanni-taurasi/