giovedì 28 dicembre 2017

La storia di Andy Wood, quella del Grunge, di alcune cose che sono state e di altre che avrebbero potuto essere.

Alcuni dei protagonisti dell'epoca odiavano l'etichetta "Grunge", appioppata a qualunque cosa venisse da Seattle o, nel caso non fosse di Seattle, usasse chitarre distorte ma con accenti decisamente più "esistenziali" di chi  faceva Metal o Hard Rock. Fatto sta che tra la fine degli 80 e i primi 90, nacque, esplose e si disperse l'ultimo "movimento" musicale "identificabile", in grado di non essere solo fenomeno di moda, ma voce per quella parte di una generazione alla ricerca di un'identità, tra gli esclusi della sbornia edonista degli anni 80 e il vuoto pneumatico degli anni 90.

Siamo stati la prima generazione che non avevano bisogno di contestare i propri vecchi (avevano già fatto tutto loro, in due rate, tra il '68 e il '77), quello che rimaneva era una società di consumi,  priva di qualsiasi ipotesi di alternativa reale.
Stretti lì in mezzo, branchi di ragazzini cercavano di dare un senso al tutto, suonando in garages e cantine, diffidenti del "sistema", che includeva anche il sistema della majors discografiche, ma tentati dalla voglia di fare successo (che per alcuni in realtà significava semplicemente poter vivere di musica). Valeria Sgarella ci racconta la storia di uno di loro, non so se si possa proprio definire "l'inventore del Grunge" come recita il sottotitolo, ma di sicuro Andy Wood rappresenta questa tensione, tra il voler essere amati e la difficoltà a dare un senso a parecchie cose, nella Seattle di quei tempi.

Il libro mi è piaciuto, scritto in modo semplice, da fan ma senza troppi scivolamenti nell'agiografia e per me che ascoltavo diversi di quei gruppi all'epoca (e ancora oggi), ritrovare citati tutti i miei "eroi", nella loro quotidianità, fatta di lavori da sfigati per potersi pagare, birre, canne e soprattutto, chitarre e ore di registrazione, me li ha restituiti in forma decisamente più umana, quando invece si tende a mitizzare chiunque sia riuscito a trovare il modo di salire su un palco e dire qualcosa che interessi a qualche milione di persone (o anche a sole poche migliaia, per alcuni dei gruppi di culto citati, ma per me valgono uguale).

All'apparenza non si può dire che la storia di Andy Wood sia una storia tragica, con traumi che "giustifichino" la sua fine, giusto due settimane prima che venisse pubblicato il primo album della sua band, dalle cui ceneri si formerà poi uno dei gruppi più noti della storia rock degli ultimi venti anni (i Pearl Jam). Tossicodipendenza a parte, si è divertito, ha scritto canzoni, era innamorato e pure contraccambiato ma evidentemente tutto questo non bastava a riempire il voto che inghiottì lui e molti di quelli che aveva conosciuto e con cui aveva condiviso notti su e giù dai palchi scassati di locali improbabili, in quel di Seattle.
Molti di quelli, nel giro di poco tempo sarebbero diventati famosi e anche ricchi (anche se la cosa sembrava interessarli poco) e saranno inghiottiti dalla stesso voto: il più famoso di tutti, Kurt Cobain, ma anche Liam Staley e, paradossalmente, giusto quest'anno,  nello stesso identico stupido modo,  il suo ex compagno d'appartamento, Chris Cornell.

Per il piccolo borghese sbollettato che sono oggi,  che all'epoca si sparava in faccia a volume smodato, da un mangianastri a due casse Alive, ritrovarne descritta la genesi alla fine del  libro è stato un gran regalo.
Dopo quello d'esordio i Pearl Jam non fecero più dischi in grado di farmi impazzire, mentre negli anni continuo ad ascoltare e riascoltare Soundagarden, Alice in Chains, tutte le varie evoluzioni di Mark Lanegan dagli Screaming Trees in poi e tutto si ritrova nel libro della Sgarella, tutti in qualche modo avevano incrociato Andy Wood e ne erano stati colpiti.
Il libro della Sgarella, nonostante parli di una persona, di un ragazzo, morto proprio nel momento in cui il mondo gli stava per dare quello che aveva sempre voluto, ha comunque il pregio di riportarci agli inizi di una storia, in quel momento dalle infinite potenzialità, dove tutto poteva succedere, dal punto di vista creativo, e in effetti diverse cose successero.
A venticinque anni abbondanti di distanza, si può tranquillamente dire, che fu l'ultima volta, nella storia del rock.